Una “giornata della memoria” dedicata a chi ha abbandonato la propria terra

La giornata della memoria, celebrata in tutto il mondo per ricordare l'olocausto e le deportazioni patite dai nostri "fratelli maggiori", mi ha fatto riflettere sulla nostra deportazione, certo meno drammatica e cruenta, ma che ha costretto e costringe ancora oggi migliaia di siciliani a lasciare la propria terra, abbandonando tutto e rischiando di non farvi più ritorno. Lascio agli storici e sociologi le elucubrazioni  e le dotte citazioni sulle cause dello svuotamento di molti centri siciliani dall’Unità d’Italia ad oggi.

Penso alle mamme con lo scialle, ai padri impassibili con baffi, coppola e il cuore a pezzi, mogli con figli in braccio, agli scompartimenti presi d’assalto, alle valige legate piene di pasta, pane e formaggio, ai grandi tovaglioli a quadri, agli occhi analfabeti gonfi di commozione, ai  capelli neri imbrillantinati tirati all’indietro, ai più recenti trolley pieni di indumenti e titoli di studio, a esortazioni del tipo: “hai il cellulare?…Fatti sentire, che stiamo in pensiero”. 

Quante di queste storie potrebbe raccontarci la stazione di Dittaino! Da quanto tempo dura questa “spontanea”, surrettizia, irreversibile deportazione? Certo è sotto gli occhi di tutti, non ci sono armi spianate, nessuno obbliga nessuno. Ormai é una consuetudine prevista, invocata, desiderata, rassegnata. Si parte con la speranza di trovar lavoro, anche a tempo determinato. I Piazzesi da anni, a tempo determinato hanno i figli. Li partoriscono, li crescono e con o senza pezzo di carta li esportano, per  pensarli tutti i giorni e vederli una due volte l’anno, se va bene.                                                                                                  

Non me ne vogliate se desidero che in futuro i nostri nipoti, siciliani piazzesi, possano ricordare in una “giornata della memoria” i tempi e le ambasce dell’emigrazione. Non voglio fare impossibili parallelismi con ben più gravi catastrofi umane, ma ugualmente sogno un futuro guarito da qualsiasi carcinoma politico/mafioso. Sogno una Piazza Armerina meravigliosa dove sia possibile scegliere veramente se andar via o poter lavorare senza dover ricorrere ad umilianti raccomandazioni, mettere su famiglia, invecchiare insieme ai propri cari e alle proprie radici, potendo e sentendo parlare, accanto all'italiano,  la nostra lingua gallo-italica. Sogno le strade del centro illuminate da tanti bei negozi frequentati da avventori, le vie dove si sentono scampoli di conversazioni e di odori provenienti dalle case. Vicino i portoni bambini che giocano. Non più solo il picchiettio di rari passi, fra usci serrati, cieche finestre e balconi da  dove si affacciano muti cartelli con scritto “affittasi” e “si vende”.

Michele Suriana

 

Questo articolo è antecedente al 13 marzo 2018. Clicca qui per eventuali allegati