Turismo: siamo tutti esperti, solo perche’ abbiamo fatto qualche viaggio ?

Dei e mondo profano

Turismo. Siamo tutti esperti, solo perché abbiamo fatto qualche viaggio, siamo andati in vacanza, abbiamo soggiornato in più di una località e frequentato ristoranti? Alcuni sono convinti di si. Allora è vero, siamo anche tutti potenziali commissari tecnici della nostra nazionale di calcio, per aver sgambettato da giovani in qualche campo e appassionati di questo sport.

Penso alla dimenticata Dea di Aidone, pardon Morgantina. Qualche anno fa, mentre era ancora presidente della provincia di Enna Elio Galvagno, un comitato del fare di Aidone scrisse a Galvagno, lamentandosi pesantemente perché si era permesso di promuovere all’estero foto di Morgantina con la didascalia Morgantina-Enna-Sicilia, recriminando che il bene era degli Aidonesi e che nessuno poteva appropriarsene in quel modo, non comprendendo che era troppo ingarbugliato presentare un sito, localizzandolo Morgantina-Aidone-Enna-Sicilia o Morgantina-Aidone-Sicilia. Troppo pochi avrebbero capito.

Così è stato per il rientro della Venere da Los Angeles. L’operazione è stata gestita con stupidità e ottusità. Ho partecipato a molte riunioni convocate alla Kore per discutere del programma e delle modalità del suo ritorno, poi, la maggior parte degli attori convenuti, alcuni anche imbucati, stabilirono che neanche al Quirinale, dove era stata richiesta, poteva sostare la Statua per essere fotografata dalla stampa estera mondiale e visitata da qualche milione di persone, ritardando solo di pochi mesi il suo rientro ad Aidone. Avrebbero potuto senza alcun investimento promuovere quel territorio e lasciar godere anche un’altra parte del mondo del bene archeologico, mentre si decise per nasconderla qui in mezzo ai boschi. Compresi, allora, che oltre la stupidità c’è soltanto la coglionaggine.

La motivazione fu che l’inaugurazione per il ritorno della Venere non poteva essere bruciata in quel modo, mentre ben altra accoglienza le doveva essere riservata. Gli Aidonesi non avrebbero certo potuto spostarsi a Roma in massa, per cui al museo del Quirinale fu preferito da subito quello di Aidone, seppur ripulito, e alla stampa estera mondiale quella nostrana, de noiartri, forse meno glamour ma più genuina. Per non parlare degli ospiti. Ad ambasciatori, ministri, direttori e giornalisti di Mediaset o Rai e delle tv straniere, personalità della cultura e del mondo dello spettacolo, si preferì qualche protagonista dell’Isola, qualche decano del locale circolo di cultura, ma questo lo dico con rispetto, sia chiaro, tanto si sa, chi si accontenta, poi forse gode.

Venne RAI 3 e fu festa, mancarono, però, i fuochi d’artificio. 
Dopo vari contenziosi conclusi e discussioni chetate, dal 2011 è custodita, forse dovrei dire conservata, nel museo archeologico di Aidone, finalmente, e mentre al Paul Getty museum di Los Angeles la Dea di Morgantina era visitata da qualche milione di persone, negli ultimi quattro anni i visitatori sono scesi da 21mila a 4mila, e questo nonostante il biglietto unico, seppur non più obbligatorio, con la Villa del Casale e il sito archeologico degli stessi scavi vicini ad Aidone. A nulla sono valsi gli impegni assunti durante la cerimonia per l’inaugurazione dai tanti astanti, accorsi più per il buffet che per la Statua. Le promesse, tutte mancate. Neanche i bambini credono più a babbo Natale, ad Aidone ancora si. Il tragitto per raggiungere il museo è rimasto atavicamente pieno di fosse e cedimenti.

La strada che attraversa i boschi sembra quella della favola di Biancaneve. Dopo aver scartato buche e avvallamenti, con la difficoltà di poter incontrare qualche bus o camion e non poter transitare, il silenzio accoglie il turista, una volta giunto al museo di Aidone, anzi il gelo. Nessuna fila da rispettare, nessun disagio da manifestare, solo l’imbarazzo del custode di turno che non riesce a spiegare perché ci sono giorni che non c’è visitatore a cui staccare il biglietto. Accadimenti già annunciati, già previsti, senza essere medium. Trenta anni di fasti in America, come una star, file chilometriche per vederla, ora solo oblio e polvere. Dopo solo quattro anni di permanenza, il crollo dell’80% di visitatori. Il record resta, comunque, ai Bronzi di Riace esposti a Reggio Calabria. Appena tre anni e caddero anche loro tra le braccia di Morfeo, poverini, nell’oblio, neanche alla scuola materna poterono andare. Déi sono e nel mondo profano si trovano a disagio.

Il museo Paul Getty l’aveva acquistata per 18 milioni di dollari, nel 1986, dalla società londinese Robin Symes, dove era arrivata all’inizio degli anni 80, comperata dal ricettatore ticinese Renzo Canavesi, poi condannato nel 2011, ormai ottantenne, dal Tribunale di Enna a due anni di reclusione e al pagamento di 40 miliardi delle vecchie lire. Una vera e propria odissea quella che ha dovuto affrontare la Dea per ritornare alla sua Itaca, ma senza Ulisse. Tante le traversie e i dissensi per riportarla a casa.

Non era meglio lasciarla dov’era al godimento di qualche milione di paganti, se è vero che i beni archeologici sono patrimonio dell’umanità e quindi di tutti? Forse che è stata mai promossa la Dea, il suo museo e la stessa Morgantina? Non sapevamo di non poter contare su impegni assunti con la lingua senza penna? Non conosciamo la nostra incapacità a saper spendere i soldi che stagionalmente l’Unione Europea ci invia e che, invece, puntualmente restituiamo, con lo sdegno del povero che si dà arie da ricco, salvo poi dare la colpa alla mafia e al malaffare?
Forse hanno ragione coloro che non spendono i soldi pubblici e li restituiscono al mittente, così non si incentiva e si combatte il malaffare e la mafia, la corruzione e la criminalità! Non eravamo già in grado di capire che non possiamo contare su risorse economiche, meno che mai umane, per garantire uno standard di livello costante alle iniziative che poniamo in essere?

Che vengano privatizzati in Italia tutti i giacimenti culturali, i siti archeologici, i musei, purché venga garantito il rispetto dei luoghi e assicurati i livelli occupazionali a favore dei giovani, dei diversamente giovani e meno fortunati, nella speranza che la Sicilia non si appelli allo Statuto autonomo e che non sorgano i soliti comitati del fare perché tutto resti com’é.


Michelangelo Trebastoni

 

Questo articolo è antecedente al 13 marzo 2018. Clicca qui per eventuali allegati