Piazza ARMERINA. – L’altra Piazza, quella tra via Angelo Golino e vico Licata

Tubi, giunti, passerelle di legno, muri di sostegno puntellati, case demolite, numerose altre abbandonate, altre ancora a rischio, piccoli cortili inabitati invasi dalle erbacce e dalla spazzatura. È l’altra Piazza, quella tra il vico Licata e il vico Angelo Golino, con in mezzo la chiesa crollata di Santa Maria D’Itria, una via bloccata ed il quartiere Canali tagliato in due. I numeri ufficiali ed un giro a piedi sembrano far ricordare i postumi di un’area terremotata. Sono 22 gli immobili totalmente inagibili, 16 quelli inagibili per rischio esterno, 2 quelli parzialmente inagibili, 13 le famiglie evacuate, quattro le vie interne puntellate, solo alcune attraversabili da strette passerelle in legno. “Instabilità dell’area dovuta alla eterogeneità” del terreno sottostante gli edifici della zona, con la presenza di terreno di riporto utilizzato nei decenni per rendere pianeggiante il piano di fondazione delle nuove abitazioni, originariamente inclinato. “Tutti i fabbricati hanno visto nel tempo aggravarsi lo stato fessurativo della muratura portante, perché costruiti sulle pareti laterali di impluvi laterali”, spiega la relazione di Walter Procaccianti, responsabile della Protezione civile locale. Le stesse indagini hanno messo in evidenza la presenza di una falda acquifera sotterranea. Il muro di sostegno della scalinata di vico Licata è a forte rischio. Metà della scalinata sottostante nel vico Scalo è stata occupata dai tubi e giunti utilizzati per il puntellamento. Stessa situazione in via Cannizzo e alla fine di vico Scalo. Il 29 dicembre il crollo del paramento murario della chiesa ha dato il colpo di grazia ad una situazione di dissesto idrogeologico già conosciuta da tempo dagli esperti. In sette mesi, però, soldi pubblici regionali o nazionali non ne sono arrivati. Tante parole, indagini geotecniche, sopralluoghi istituzionali. Ma soldi niente. La Regione Siciliana ha anche riconosciuto lo Stato di Calamità, chiedendo alla Protezione civile nazionale il ben più importante riconoscimento dello Stato di Emergenza, necessario per accedere a fondi speciali nazionali. Soltanto che il dipartimento nazionale di Protezione civile, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha risposto picche. La situazione non è così grave e non dipende da fenomeni climatici, ma dalla mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria. Insomma, ci devono pensare le casse regionali hanno fatto sapere da Roma. Ma finora ogni centesimo è stato cacciato solo dalle casse comunali. Il prospetto spese predisposto dagli uffici comunali di protezione civile conta finora 495 mila euro di spese sostenute, di cui 288 mila euro già liquidati. L’ultimo atto ufficiale è l’invio di una relazione al dipartimento regionale di Protezione civile, accompagnata dalla richiesta da parte del commissario Nunzio Crimi di finanziare gli sforzi economici già sostenuti dal Comune. Tutta la vicenda è finita anche al Senato della Repubblica. L’onorevole Fabio Giambrone, senatore dell’Italia dei Valori, si è rivolto con un’interrogazione al Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, ha chiesto di conoscere “quale sia lo stato attuale dell’iter per la deliberazione dello stato di emergenza e la relativa concessione dei fondi straordinari per il recupero dell’area”. La risposta pare arriverà in autunno. E intanto sono stati già spesi 83 mila euro per il ricovero degli evacuati in hotel, mentre altri 165 mila euro verranno spesi per l’affitto delle abitazioni delle 13 famiglie evacuate per i prossimi quattro anni.


Roberto Palermo

 

Questo articolo è antecedente al 13 marzo 2018. Clicca qui per eventuali allegati