Piazza Armerina da Enna a Catania: fine di un sogno o di un incubo?

Il mancato passaggio di Piazza Armerina da Enna alla città metropolitana di Catania, anche se continuerà a suscitare polemiche, è destinato ormai a diventare solo oggetto di conversazione al bar. La bocciatura dei disegni di legge che avrebbero dovuto aprire la strada al trasferimento dei territori dalla provincia di Caltanissetta ed Enna all’area metropolitana della città etnea ha sancito di fatto  la fine di un sogno per qualcuno o di un incubo per altri. 

PERCHE’ CATANIA NON CI HA VOLUTO.
La proposta chiara e precisa, avallata anche da un referendum cittadino, ha trovato un ostacolo invalicabile nella legittima aspirazione da parte della classe politica catanese di non vedere sconvolti determinati equilibri sociali, economici e politici costruiti nel tempo all’interno del proprio territorio. Che questa sia un’aspirazione legittima non vi è dubbio come non vi è alcun dubbio che chi ha proposto la variazione territoriale avrebbe dovuto concordare il passaggio con gli esponenti politici di Catania. Si ci è limitati a tenere conto solo del parere del sindaco Enzo Bianco che non rappresenta l’intera classe politica catanese.
Una classe politica  insorta poi contro il disegno di legge che l’avrebbe penalizzata soprattutto al momento delle elezioni dove avrebbe perso uno o due seggi a favore delle nuove città confluite nell’area metropolitana . Catania inoltre si sarebbe dovuta accollare anche i costi di gestione delle strade , delle scuole e alcuni debiti. 

Certo, la volontà popolare conta, il referendum ha detto chiaramente che i piazzesi volevano far parte della nuova area metropolitana ma è altrettanto vero che non si ci può presentare a casa di qualcuno pretendendo di essere ospitati senza ottenerne il necessario permesso. La legge non  prevede in questo caso l’assenso da parte di chi riceve il territorio , dirà qualcuno, ma è indubbio che il buonsenso dice altro. Sarebbe bastato agire in maniera diversa, chiedere prima di pretendere,  per far risparmiare al nostro comune quegl’80mila euro spesi per un  referendum rivelatosi inutile. 

DALLA PADELLA ALLA BRACE
Quando ai cittadini piazzesi si è chiesto se preferivano Enna o Catania è chiaro che la risposta era scontata. Si è parlato alla pancia delle persone facendo credere che questo passaggio avrebbe risolto tutti problemi della città. Ma quando la gente vota di pancia di solito ragiona con parti meno nobili del corpo. Si è fatto credere che sarebbero arrivati soldi a fiumi, che lo sviluppo di Piazza Armerina sarebbe stato tra le priorità della città metropolitana. Oggi ci rendiamo conto che se anche i decreti  legge fossero andati in porto saremmo stati osteggiati dall’intera classe politica catanese molto di più di quanto lo siamo stati fino ad oggi da Enna. 

IL TENTATIVO DI STRUMENTALIZZARE LA SITUAZIONE
Qualcuno ha tentato di trarre profitto da questa situazione, qualcuno l’ha subita. Alcuni partiti e alcuni politici hanno strumentalizzato il passaggio con Catania pensando di trarne un vantaggio in termini di consenso elettorale. Sarebbe piaciuto a più di una persona e a più di un partito poter salire su un palco e affermare di essere stato il vero autore dell’abbandono della “odiata” Enna,  le stesse persone e gli stessi partiti che oggi gridano allo scandalo perché non sarebbe stata rispettata la volontà popolare. Ma l’esito del referendum sarebbe stato lo stesso se i piazzesi avessero saputo di essere accolti come “ospiti indesiderati” da Catania? 

VARIAZIONE TERRITORIALE O DI MENTALITA’
In realtà, come ho anche sostenuto in passato, il riscatto di Piazza Armerina non passa per una variazione territoriale ma per una variazione di mentalità. La città ha bisogno di una classe dirigente e di una classe politica all’altezza della situazione, in grado di fare scelte di qualità e di gestire con competenza progetti e obiettivi. Questa città ha bisogno di tornare a sognare, di ritrovare stimoli. Soprattutto Piazza Armerina ha bisogno di trovare qualcuno di cui fidarsi, che la guidi con competenza, con serietà e trasparenza. 
Il cambio di mentalità consiste soprattutto nell’evitare di usare la pancia e parti meno nobili del corpo nel momento in cui si entra in cabina elettorale. Usiamo la testa. 

Nicola Lo Iacono

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Questo articolo è antecedente al 13 marzo 2018. Clicca qui per eventuali allegati