Incendi a Piazza Armerina – ”Hanno bruciato la mia vita”. La testimonianza di Paolo Centonze

Hanno bruciato la mia vita.
Un estate calda quella del 1976 e un gruppo di ragazzini cercava un posto dove giocare, magari all'ombra, isolato per non dare fastidio a nessuno. Guglielmo disse che conosceva un posto poco fuori Piazza dove c'era uno spazio e si poteva giocare a tennis. Quella fu la prima volta che andai al macello. Sinceramente non ricordo come fosse ma passammo lì buona parte di quell'estate.
 
A ottobre tornammo a scuola, vita normale, domenica a Messa, coltivavamo le passioni di sempre e una su tutte: la moto da cross. Ci riunivamo nel negozio del compianto Fernando, io, Fabio, mio fratello eravamo i più piccoli del gruppo; loro, i grandi, la domenica andavano alle due “muntate”. Sulle due “muntate” si raccontavano storie magiche: due salite interminabili, dalle pendenze impossibili, che permettevano salti fantasmagorici. Non potevamo fare a meno di andare a vedere così, una domenica, rassicurati da mio zio Carmelo, a cassone nel furgone bianco e rosso di Fernando piuttosto che andare a Messa andammo alle due “muntate”. Ricordo ancora quella fantastica domenica, un sacco di moto e quel bosco così fitto e bello ci accolse a braccia aperte. Senonché al rientro esplose una ruota. Abbiamo dovuto svuotare il furgone e mettere giù tutte le moto per riparare la ruota: risultato? Rientro alle 16. Dati per dispersi con mia madre che aveva chiamato i carabinieri. Questo mi costò una punizione fisica e morale con un allontanamento forzato dai boschi. Quel posto che non sapevo bene dove fosse mi era rimasto nel cuore ed ero sicuro che o prima o poi lo avrei ritrovato.
In quel periodo però, inizi degli anni ottanta, con Fabio andavamo nei boschi anche nel primissimo pomeriggio, sempre al macello si partiva per un giro di un chilometro circa per preparare la corsa campestre dei campionati studenteschi. Di pomeriggio incontravamo il professore Betto con i suoi ragazzi: c'erano Ettore, Daniele Luciano della Libertas, Michelangelo Arena ed i due fratelli Giovrello. Venivano anche dei ragazzini piccoli; ricordo Enzo e Luigi e tanti altri che poi negli anni hanno smesso.
 
A quattordici anni arrivò la prima motocicletta da cross e mi aggregai a un gruppo di ragazzi più grandi: Sergio, Walter e Gabriele che mi portavano a spasso per posti sconosciuti. Ogni domenica era un'esplorazione: Grottascura, Rossomanno, Santa Caterina. Cominciammo a dare dei nomi alle strade per poterle riconoscere e così nacque la vacchera, grottascura due, il fiume, lo stradone, la pietraia e ne prendemmo alcuni dai podisti. Si racconta che Ettore non amante delle lunghe distanze quando c'era da fare il giro del parco girava sempre in una strada per accorciare il tragitto e da lì nacque la Via Rivoli. Una domenica passammo alle due “muntate” e finalmente ritrovai quel posto che era gelosamente custodito nei miei ricordi. Presto le due “muntate” diventarono il luogo di incontro domenicale ma era piuttosto lontano da raggiungere, avevamo bisogno di un posto più accessibile. Così accanto all'allora incompleto ospedale poco sotto la discarica a cielo aperto che c'era nel pendio dell'antenna che miracolosamente non bruciava per autocombustione, io, mio fratello, Rosario, Fabio, Luca, Fabrizio, Angelo, il gruppo dei portici, decidemmo di fare un campetto. Chiedemmo a Ciccio che abitava con suo nonno poco sotto il campo se c'erano problemi ma egli ci rassicurò. Una domenica armati di pale e rastrelli andammo a segnare il campo. Intorno alle undici salì un signore con un masso in mano che correva verso di noi, era il nonno di Ciccio che a quanto pare non aveva preso bene il fatto che noi stavamo segnando un campo. Da lì nacque un'accesa discussione da una parte noi sostenevamo che il bosco era nostro dall'altro il nonno di Ciccio che il bosco era suo. Alla fine segnammo il campo e lì trascorsi buona parte della mia adolescenza comprese le mattine in cui si “caliava” la scuola e ci si ritrovava puntualmente in quel luogo. Era il nostro campetto, lo rispettavamo, lo vivevamo con passione e cura.
Arrivò il periodo dell'Università, ma ogni fine settimana si tornava a casa e si andava nel bosco in moto o a piedi a passeggiare. Il bosco piano piano si riempiva di gente e noi non eravamo più i disadattati che vivevano isolati in quel luogo. Gli anni novanta segnarono l'arrivo della grande folla, persone con bambini, anziani e i piazzesi scoprirono quel luogo meraviglioso. 
 
Correndo cominciai a vivere i boschi giornalmente io, come tutti gli altri, conosciamo tutto del bosco, ogni singola radice … su quella è caduto Giancarlo (risate!!!!!!), su quella Paolo, ti ricordi il volo di Salvuccio????? e Totò mentre guardava l'orologio nuovo????????. I nostri boschi così immutabili e perfetti: l'albero della vittoria, la salita dei Puffi, la Madonnina e il ristoro, la salita ai piedi del nono e il giro della morte scoperto da Pino.
Per quelli tra voi che hanno avuto la pazienza di leggere questo mio breve racconto e che hanno subito un linguaggio ricco di termini adatti a degli iniziati dico che per noi i boschi non sono solo un luogo ma sono il rifugio della nostra anima. A loro avevamo affidato i nostri ricordi, le nostre fatiche, il nostro sudore, le nostre debolezze e le nostre certezze. I boschi per noi sono, o erano, la nostra storia e ora ci sentiamo orfani e deboli. 
 
Non voglio commiserare nessuno e piangere lacrime di convenienza perché se tutti avessero fatto il loro dovere non si sarebbe arrivati a tutto ciò. Non penso che siamo sotto attacco di chissà quale potere oscuro, la verità è che lo spirito individualista dei siciliani li porta a considerare la cosa pubblica come qualcosa di estraneo a sè. Ognuno di noi dovrebbe vivere nella coscienza di fare dignitosamente ciò per cui è pagato e non lamentarsi di continuo per le occasioni che non ha avuto o crede che gli siano state negate. Solo così potremmo salvaguardare l'ambiente, vivere in una società dove ognuno di noi ha delle precise responsabilità e può nell'assoluto rispetto delle regole vivere in pace con se stesso ed il mondo.

 

Paolo Centonze

 

Questo articolo è antecedente al 13 marzo 2018. Clicca qui per eventuali allegati