Giulio Regeni, ministro egiziano in tv: “Gli oppositori vanno uccisi”

La ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni si scontra con il muro di gomma delle autorità egiziane. L’Egitto respinge le accuse sulle possibili responsabilità degli apparti di sicurezza nella scomparsa del ricercatore italiano trovato barbaramente assassinato al Cairo, ma l'autopsia realizzata in Italia sul corpo di Regeni lascia pochi dubbi sugli autori della sua morte. Le torture a cui è stato sottoposto ed il modo in cui è stato ucciso portano “la firma” dei servizi di sicurezza.

Il ministro degli esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha detto che l’Italia non si accontenterà di una verità di comodo, ma possiamo fidarci di questo governo egiziano?

La sorte di Regeni, al Cairo per scrivere una tesi di dottorato sui sindacati indipendenti, è stata la stessa di moltissimi egiziani sotto il governo del generale Abdel Fattah Al Sisi. Da quanto l’ex ministro della difesa ha conquistato il potere in Egitto grazie ad un colpo di Stato nel 2013, le voci critiche verso il suo governo sono state sistematicamente messe a tacere. I metodi ricordano molto quelli usati in tutti i regimi autoritari. Carcerazioni arbitrarie, torture e omicidi. In molti casi i corpi delle persone arrestate dalla polizia non vengono più trovati.

I tentativi di depistaggio da parte egiziana sono iniziati subito dopo il ritrovamento del corpo senza vita del nostro connazionale il 3 febbraio. Il ministro degli interni egiziano in primo momento aveva liquidato la morte di Regeni come un banale incidente stradale, senza nemmeno aspettare le conclusioni dell’inchiesta del procuratore di Giza il quale parlava invece di una “morte lenta”. E ieri in un’intervista a Foreign Policy il ministro degli esteri, Sameh Shoukry, ha ribadito l’estraneità delle forze di sicurezza egiziane definendo come "bugie" le accuse che in Egitto ci siano prigionieri politici.

Quale sia l’idea dello stato di diritto in Egitto è rappresentata dal suo ministro della giustizia, Ahmed el-Zind. Nel corso di un talk show il guardasigilli egiziano ha incitato al massacro di almeno 10mila membri dei Fratelli Musulmani per vendicare i membri delle forze armate uccisi negli attentati terroristici.

La trasmissione, condotta dal controverso giornalista egiziano Ahmed Moussa – noto per le sue posizioni critiche verso le rivolte di piazza Tahrir del 2011 – è stata mandata in onda dal canale satellitare Sada al-Balad il 28 gennaio, tre giorni dopo la scomparsa al Cairo di Giulio Regeni.

Rispondendo alle domande sull’operato dalle forze armate nella lotta contro il terrorismo, Zind prima ha elogiato i soldati chiamandoli “martiri” e poi ha detto: “Le forze armate faranno di tutto per placare la loro sete di vendetta. Giuro su Dio – ha continuato il ministro della giustizia – che il mio cuore non avrà pace fino a quando (per ogni membro delle forze armate assassinato) 10mila estremisti dei Fratelli Musulmani non saranno uccisi”.

Le esecuzioni senza processo violano espressamente il diritto internazionale e rappresentano una pericolosa minaccia per migliaia di cittadini egiziani critici con l’attuale governo. Human Rights Watch – l’organizzazione per i diritti umani con sede a New York – ha criticato duramente le dichiarazioni del ministro.  “Il fatto che le forze di sicurezza egiziane si siano già rese responsabili di massacri di massa di simpatizzanti dei Fratelli Musulmani rende molto reali le minacce del ministro della Giustizia”, ha affermato Sarah Leah Whitson, responsabile di HRW per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Quale verità dobbiamo aspettarci da un governo simile? In nome della realpolitik, l’Italia deve continuare a considerare l’Egitto un paese alleato ed amico? Dobbiamo rassegnarci all'idea che gli assassini di Giulio Regeni restino impuniti?

 

Questo articolo è antecedente al 13 marzo 2018. Clicca qui per eventuali allegati