EMERGENZA RIFIUTI E DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA.

Lo stato di agitazione del personale addetto alla raccolta di rifiuti e la situazione economica di Siciliamabiente, la gestione fallimentare dell’ATO rifiuti sono alla base dei continui problemi che stanno trasformando Piazza Armerina in una discarica a celo aperto.
I provvedimenti tampone dell’Amministrazione armerina, che più volte ha anticipato somme di denaro, non bastano più e al limite è anche arrivata la pazienza dei cittadini.
La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani è uno dei più grandi business dei nostri tempi e  solo una gestione scellerata da parte delle istituzioni e delle aziende è stata in grado di trasformare  un grande affare in un grosso problema per la collettività.
L’invenzione degl’Ambiti Territoriali Ottimali, che sulla carta avrebbero dovuto risolvere e ottimizzare tutta una serie di problemi, grazie all’ingerenza dei partiti, si sono presto trasformati in carrozzoni pubblici e di gestione del potere. I cittadini non hanno potuto far altro che subire.


Il vero problema è proprio questo. In un mondo che sta cambiando è ormai fin troppo evidente che la gestione della democrazia attraverso la rappresentanza politica così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi non può gestire una realtà così complessa e mutevole. Occorre in primo luogo cambiare le regole del gioco conferendo al popolo la capacità di intervenire in maniera più diretta nella gestione della cosa pubblica ed in secondo luogo recuperare una visone più dimensionata alle realtà locali: recuperare in sostanza l’idea del “villaggio”.
Se oggi queste regole esistessero potrebbero essere chiamati i cittadini ennesi a decidere se mantenere o smantellare gli ATO e ai sindaci potrebbe essere data la libertà di unirsi in consorzi in grado di gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti e trarne anche un utile.


Il passare da una democrazia “rappresentativa” ad una democrazia “partecipativa” porterebbe ad una maggiore coscienza dei problemi della collettività. Oggi l’elezione di un politico assicura a quest’ultimo un guadagno in termini di soldi e di potere, sia che faccia o che non faccia il proprio dovere nei confronti dell’elettorato; con una democrazia di tipo partecipativo il suo mandato potrebbe essere sempre rimesso in discussione , in qualunque momento. La negazione assoluta del principio partecipativo è evidente nel caso si voglia sfiduciare un sindaco: non vengono chiamati i cittadini a giudicare, si demanda questo potere al Consiglio comunale dove , come è accaduto a Piazza Armerina negl’anni scorsi, i consiglieri cambiano bandiera solo in base ad interessi personali e di partito.


Chiamare i cittadini a scegliere , così come accade in Svizzera con i referendum, significa accettare il fatto che il popolo è realmente sovrano del proprio destino , nel bene o nel male.
Oggi esiste la tecnologia necessaria( internet) per trasformare quello che un tempo poteva essere vista come un’utopia in una realtà. Certo sono tutte regole nuove, che andrebbero scritte tenendo conto di necessità contingenti e ambiti applicativi. Ma è chiara una cosa: l’attuale sistema non funziona: non è possibile chiamare ogni cinque anni gli elettori  ad esprimere un proprio giudizio  per poi ignorare le loro necessità in una realtà divenuta mutevole ed imprevedibile come le radici dell’attuale crisi economica dimostrano.
Se ci fosse stata la possibilità oggi di scegliere in maniera più  diretta forse avremmo sfiduciato quei politici che hanno creato e gestito gli Ambiti Territoriali Ottimizzati, non avremmo permesso i giochetti di potere sull’ospedale Chiello e conteremmo di più come comunità chiamata ad essere responsabile del proprio destino.


Nicola Lo Iacono
 

 

Questo articolo è antecedente al 13 marzo 2018. Clicca qui per eventuali allegati